«Ecco c’è il poetino», «sono un poeta di mediocre stile», «un poetuccio come me» così giocava a schernirsi Altamante, prima di iniziare a cantare la sua poesia. Come gli altri improvvisatori, pur essendo illetterato, poeta si sentiva. La scuola l’aveva incrociata per sbaglio «ho fatto la seconda e poi c’è mancato poco che mi rimettessero in prima». A 9 anni era già garzone-pastore nei monti della Calvana e, come lui amava ricordare, la sua scuola è stato l’ambiente che lo circondava, «pe’ boschi e pe’ la montagna, quella fu la mi’ lavagna». Altamante poetava su tutto e dovunque, persino a tavola, per chiedere un banale bicchiere d’acqua, ed è proprio citando i suoi versi che continuiamo ad addentrarci nel suo mondo poetico.
«Ora vi racconto la vita di un umile poeta, un rimatore, mi sò sempre ritenuto, poeta ‘un mi sò mai chiamato».
Non è il poeta che sceglie la poesia ma è la poesia a scegliere il poeta. Ed ancor più per Altamante va sottolineato questo avvicinamento all’improvvisazione fin da piccolo, la chiamata delle muse, l’aver bevuto alla fonte d’Elicona. Si tratta di una sensibilità innata, una facoltà mentale a rimare. Certamente, come ci ricorda Niccolino Grassi, l’ambiente in cui si nasce e si vive, il contatto diretto con la natura facilita e accompagna questa attitudine. Altamante, come altri poeti improvvisatori, ci spiega la sua arte come estro, urgenza, smania, dono, disposizione naturale. La sua grandezza poetica si è consolidata con l’esperienza acquisita in settant’anni di poesia, che l’ha fatto incontrare con centotrenta poeti. Nella sua lunga carriera si è arricchito e sedimentato il suo stile e, come ha detto Giovanna Marini «Altamante quando canta si firma».
Altamante può, dunque, esser preso a modello per capire come nell’improvvisazione poetica le regole che governano il linguaggio diventano dinamiche, come il significato che esprimono, perché si parla di problemi sociali, di politica, di valori, di ideali, di giustizia, di attualità e tutto ciò richiede la parola diventi duttile.
Annotazioni:I curatori:
Monica Tozzi e Andrea Fantacci, curatori del volume, entrambi antropologi, studiosi delle dinamiche familiari e matrimoniali nella società mezzadrile, da anni svolgono studi sull’oralità tradizionale, occupandosi in special modo del canto, del ballo e alla poesia improvvisata. Dal 1994 ripropongono il canto del Maggio nella Montagnola senese e sono i fondatori dell’associazione culturale «Le Radici con le Ali».