
Ibdula Agiginne (letteralmente «le cose viventi – il tutto – continuano a gemere») raccoglie una serie di poesie di Aiban Wagua, che spaziano dalla reminescenza confortante di un mondo infantile e bambinesco, collocato in questo ambiente, un po’ di sogno, delle isole e della costa caraibiche dove vive il popolo kuna, allo stupore di fronte alla natura prorompente – ma minacciata – che caratterizza questo ambiente e che si carica però di simboli profondi nella cultura kuna, a momenti alti, ed epici, della storia kuna recente, fino al richiamo alla resistenza contro le sirene del «mondo moderno» che insidiano l’assetto tradizionale, non senza qualche cenno di autocritica, e con un richiamo esplicito alla fratellanza universale. La raccolta si conclude con un vero e proprio inno all’America, e s’intenda l’America indiana, Abia Yala. Corre per tutte le poesie il senso profondo di una natura concepita come globalmente vivente, anche sofferente, consistente appunto in ibdula, cose vive, che includono gli uomini come i monti e la foresta e, sovrastante, il sole trionfante, concepito come dada, un nonno, che però del machi – il giovane maschio – ha tutto il vigore e tutta la possanza.