Il poeta peruviano César Vallejo (1892-1938), emerge sempre di più come la voce più originale e profonda della poesia latinoamericana. Il suo messaggio umano e poetico ha profonde radici nell'anima india, ma non nasce da un'intenzione bardica e celebrativa, esterna e, per così dire, paternalistica rispetto ai valori di un gruppo emarginato ed oppresso, bensì da un'originaria identità. Con Vallejo il lettore europeo si trova davanti a un linguaggio tanto inaudito e atipico quanto sommamente espressivo.
Viene qui raccolta l'opera completa di César Vallejo (composta dalle raccolte "Araldi neri", "Trilce", "Poemi in prosa", "Poemi umani", "Spagna, allontana da me questo calice"), nella splendita traduzione di Roberto Paoli, che fu il nostro maggiore studioso dell'opera del poeta peruviano.
L'opera, in due volumi, è pubblicata con testo a fronte in lingua originale spagnola.
Annotazioni:L'intera opera poetica di César Vallejo in due tomi indivisibili e comprendente:
Vol I:
Araldi neri
Trilce
Vol II:
Poemi umani
Spagna, allontana da me questo calice
Con testo in lingua originale spagnola a fronte.
I giudizi dei lettori:
Fiamma
Dopo tanti anni vissuti in italia trovo per la prima volta la opera completa di Cesar Vallejo. Son peruviana e per me è stata una grande emozione.La poesia più umana i dadi eterni.
Voto: 5/5
04/11/2010
Anonimo
CESAR VALLEJO, Opera Poetica,a cura di A. Melis (trad. R.Paoli) Voll. 2, Siena, Edizioni Gorée, 2008.
In occasione dei settanta anni della morte del poeta universale César Vallejo, la giovane casa editrice Gorée colma un vuoto nella cultura italiana pubblicando per la prima volta tutta la sua opera poetica in spagnolo con testo a fronte in italiano. Questo laborioso lavoro di reperimento e collocazione si deve alla sapienza di Antonio Melis, conoscitore della migliore letteratura ispanoamericana.
Chi è César Vallejo? Un meticcio nato nel 1892 in un piccolo paese delle Ande peruviane (Santiago de Chuco) e morto forse di consunzione a Parigi nel 1938. Visse quindi 46 anni, dei quali 31 in patria e quindici in Europa. In questa povera, breve e randagia vita compì cose straordinarie: viaggiò dalle Ande alla Francia e poi in Russia, a Madrid durante la guerra civile; rinnovò la poesia ispanoamericana con Trilce nel 1922 e concluse la sua rivoluzione con Poemas Humanos e España aparta de mí este cáliz; ma forse la cosa più importante che fece fu quella di mettere nella poesia di lingua spagnola il linguaggio e la sensibilità del mondo indio ma non la tematica sociale che invece è presente nei suoi romanzi e racconti. Per capire la rivoluzione del linguaggio che egli operò bisogna pensare alle avanguardie, ma non al surrealismo piuttosto al cubismo di Picasso, con il quale ebbe rapporti di amicizia, e come il cubismo rinnovò la forma delle immagini, egli rifondò il significato delle parole. A distanza di pochi decenni due poeti meticci, prima il nicaraguense Rubén Darío, poi il peruviano Cesar Vallejo trasformano il linguaggio della poesia di lingua spagnola.
Dice il suo ottimo traduttore Roberto Paoli nell’introduzione: “ In che cosa si differenzia essenzialmente questa poesia da quella europea e rivela la componente india che scorre nel suo sangue? Direi che è l’assenza di ogni traccia di edonismo e di sensualità, di feticismo della bellezza (il paesaggio, l’arte, la donna) e dei piaceri (anche di quelli più aerei): insomma manca quel feticismo degli oggetti che, in misura maggiore o minore, contamina ogni poeta europeo, anche il più asceta e ribelle”.
Questo mondo poveramente arredato (che fa riscontro con il suo corpo paragonato dal romanziere Ciro Alegria ad un albero privo di foglie) crea una poesia del corpo, che trova nel dolore la sua forma di conoscenza e nella visione duale il modo di essere al mondo. Tipica del mondo indio, che non comporta divisioni fra cosciente e incosciente, realtà e visione, presente e ricordo, vita e morte. E sul rapporto tra realtà e visione profetica molto è stato detto a proposito della celebre poesia intitolata Pietra nera su una pietra bianca, nella quale egli pre-vede la sua morte: “ Morirò a Parigi con la pioggia/ in un giorno del quale ho già il ricordo./ Morirò a Parigi -e non esagero-/ forse come oggi, un giovedì d’autunno/….César Vallejo è morto, lo picchiavano/ tutti e a nessuno lui fece del male/; lo legnavano sodo e duramente/ lo cinghiavano: sono testimoni i giorni giovedi, l’osso degli òmeri/, i sentieri, la pioggia, l’esclusione”.
Spirò infatti alle 9.20 del mattino del venerdì santo del 15 Aprile 1938 a Parigi, mentre fuori diluviava, dopo essere andato in coma il giovedì sera, mentre nel suo paese era autunno, perché le stagioni nell’emisfero australe sono invertite.
Se è veritiera questa lettura dei versi, significa che egli a Parigi viveva il tempo cronologico della Francia, ma il suo tempo interiore era legato alle stagioni del suo paese d’origine! Dove la morte può essere vista anche come un orgasmo ( La tomba è ancora/ un sesso di donna che attrae l’uomo! Nudo in argilla) la vita è solo una eternità da velare (E’ morta la mia eternità e sto vegliandola. La violenza delle ore) mentre la terra è un dado consumato “ a forza di rotare alla ventura/ che soltanto in un vuoto può finire…I dadi eterni)
Se il mondo è caotico e spietato, cosa salva l’uomo? Il ricordo dell’infanzia, quel Paradiso terrestre da cui l’uomo viene scacciato nell’età adulta, ma la anche la solidarietà umana, la comunione perenne fra gli uomini.
Il peruviano César Vallejo è un poeta meno conosciuto del cileno Pablo Neruda, forse perché più difficile da capire, ma non per questo meno importante. Ambedue sono profondamente legati al mondo di provenienza. Se Neruda si può paragonare alla catena delle Ande con i suoi boschi esuberanti, i fiumi generosi ,i picchi innevati, invece Vallejo ricorda la puna, l’arido deserto di montagna delle Ande, dove i cactus estraggono l’acqua dalle rocce, la sabbia ha colori freddissimi e quando soffia il vento le pietre risuonano come metallo.
Nicola Bottiglieri
Università di Cassino
Voto: 4/5
27/02/2009