Guerra, cannibalismo, schiavitù sessuale, massacri e caos non sono parole che di solito si associano all’Uganda. Anzi, se si parla di questo paese dell’Africa orientale con qualcuno che non ci vive, probabilmente questo qualcuno dirà. Per molti versi questo è vero. Ma l’Uganda ha dimostrato una notevole efficienza anche nel nascondere al resto del mondo la guerra brutale che da diciotto anni affligge il Nord del paese.

Il presidente ugandese Yoweri Museveni viene lodato ormai da una decina d’anni per essere riuscito con il suo governo a contrastare la diffusione dell’AIDS. A seconda della cifra cui si vuole prestar credito, la percentuale della popolazione infetta è crollata dal 30% o dal 19% a una media nazionale che si attesta fra il 4% e il 6%. Fuori dell’Uganda, tuttavia, pochi sanno che il governo Museveni, soprattutto in tre grandi distretti del Nord, sta combattendo contro un gruppo di ribelli, il cosiddetto Lord’s Resistance Army o LRA (l’Esercito di Resistenza del Signore), che sequestra bambini, che il 95% della popolazione di questa parte dell’Uganda è stata costretta dalla guerra ad abbandonare le proprie case e che un milione e ottocentomila ugandesi, su una popolazione di ventiquattro milioni e settecentomila anime, vivono oggi in campi profughi per paura di essere aggrediti e uccisi nei propri villaggi d’origine.

Nessuno sa con precisione quante migliaia di persone siano morte nel lungo conflitto che tormenta l’Uganda del Nord; qualcuno dice circa trentamila. Ma le storie spaventose che ho sentito raccontare anche da ex ribelli del Lord’s Resistance Army e da bambini che sono riusciti a sfuggirgli confermano l’opinione di Jan Egeland, sottosegretario generale dell’ONU responsabile per gli affari umanitari, che nel novembre 2003 ha definito questo conflitto.

Tante, tante volte ho sentito ripetere le storie che gli attivisti per i diritti umani raccolgono da anni, anche se i loro resoconti, malgrado tutta la fatica che ci vuole per scriverli, vengono praticamente ignorati dalla stampa. I bambini mi hanno detto di essere stati obbligati dai ribelli sotto la minaccia delle armi a rapire e uccidere altri bambini e a bere il loro sangue; un ex comandante del gruppo ribelle mi ha raccontato di aver costretto alcuni abitanti di un villaggio a fare a pezzi, cucinare e mangiare i propri vicini di casa e poi di avere ucciso anche loro. Ho visto con i miei occhi migliaia di bambini avviarsi la sera a piedi verso la città, pernottare lì per paura di essere rapiti e poi rimettersi in cammino il mattino dopo per tornare a casa, nei villaggi e nelle campagne dei dintorni.

Negli ultimi mesi, la stampa mondiale si è concentrata sulla regione sudanese del Darfur e su quella che è stata definita . Ma quest’affermazione non corrisponde al vero, anche se la situazione nel Darfur è effettivamente orribile, come John Ryle ha rivelato di recente. Il conflitto in Uganda va avanti da ben più tempo; nel Darfur è probabile che i morti siano stati di meno che nell’Uganda del Nord e rispetto ai sudanesi non arabi del Darfur un numero doppio di ugandesi è stato costretto a fuggire dal proprio villaggio.

Pochi hanno rilevato il collegamento esistente fra questi due disastri apparentemente assai diversi. I ribelli dell’Uganda del Nord ricevono da molto tempo armi e appoggio dal governo islamico di Khartoum che finanzia le milizie a cavallo e a dorso di cammello del Darfur. I ribelli ugandesi non sono musulmani, né sono coinvolti in un conflitto etnico nel loro paese; ma Khartoum li ha aiutati perché sono stati disposti a combattere contro le forze separatiste dello SPLA, il Sudan People’s Liberation Army (Esercito di Liberazione Popolare del Sudan), nel Sudan meridionale, forze sostenute a loro volta dal governo di Museveni.

Il Lord’s Resistance Army è capeggiato da Joseph Kony, un individuo misterioso che dice di voler imporre in Uganda la legge dei Dieci Comandamenti. Kony e la maggior parte dei suoi combattenti appartengono alla tribù settentrionale degli acholi, come la maggior parte delle loro vittime. Kony afferma di essere guidato da spiriti che gli dicono come agire e chi uccidere; per questo motivo il suo gruppo, più che un movimento politico con obiettivi identificabili, ha i connotati di una setta di fanatici assassini.

Prima di partire per l’Uganda avevo letto dei rapporti ONU nei quali era scritto che fra giugno 2002 e ottobre 2003 l’LRA aveva rapito oltre diecimila bambini, facendo salire a circa ventimila il numero complessivo dei piccoli sequestrati dal 1986, anno di inizio della guerra. Lì per lì ho accolto queste cifre con un certo scetticismo; ma poco dopo il mio arrivo nel paese, visitando dei campi di sfollati nell’Uganda del Nord, ho chiesto in giro se qualcuno fosse mai stato sequestrato o avesse avuto familiari rapiti e di fatto tutti quanti avevano la loro vicenda da raccontare.

A Kitgum, che sarebbe un’amena cittadina di mercato se solo non ci fosse la guerra, esistono due organizzazioni locali che si occupano degli ex ribelli e dei bambini fuggiti o liberati, aiutandoli a riadattarsi alla vita di tutti i giorni prima del rientro in famiglia. Presso una di queste organizzazioni, la Kitgum Concerned Women’s Association (Associazione delle Donne Solidali di Kitgum), ho incontrato tre bambini e una ragazza che se ne stavano seduti all’ombra; erano arrivati quella mattina stessa e le loro vicissitudini erano emblematiche.

Pamela Aber, diciotto anni, era stata rapita dai ribelli in febbraio e dopo cinque mesi di prigionia era riuscita a scappare. Fra i ribelli aveva il compito di raccogliere legna da ardere e cucinare; inoltre, come si è pudicamente espressa lei, era stata. Benché non l’abbia detto in maniera esplicita, in pratica era la sua schiava; a quanto pare, questo è il destino subito dalla maggior parte delle ragazze e ragazzine sequestrate dai ribelli, molte delle quali hanno figli concepiti con i loro aguzzini. Pamela mi ha raccontato poi che poco dopo essere stata rapita ha dovuto partecipare all’assassinio di Adok, una quattordicenne sorpresa mentre stava tentando di fuggire.

All’inizio, i dieci prigionieri nuovi del gruppo hanno tutti ricevuto l’ordine di . E così, ha detto Pamela, “abbiamo cominciato a morderla, ma lei non moriva. Mentre la mordevamo, supplicava i ribelli di perdonarla e diceva che non sarebbe più scappata. Sanguinava dappertutto, ma lo stesso non moriva. Allora ci hanno detto di prenderla a pizzichi, ma non moriva. Più tardi hanno detto a tutti di prenderla a bastonate, uno dopo l’altro, e alla fine è morta”.

Ho chiesto a Pamela cosa avesse provato in quei momenti e lei, come gli altri con cui ho parlato, mi ha risposto: .Richard Abonga, dodici anni, ha passato cinque giorni con i ribelli, ai quali è riuscito a sfuggire pochissimi giorni prima che lo conoscessi; fatto tipico, aveva trascorso tutto il tempo con loro portando pesanti carichi di cibo rubato. In quei giorni è successo che un altro bambino, undicenne, si lamentasse di essere stanco.

I ribelli gli hanno detto di posare il carico e hanno ordinato agli altri bambini di radunarsi intorno a lui: “Due ribelli gli hanno mozzato i piedi con una zappa, un piede per uno, e poi le mani, e poi gli hanno tagliato le palpebre con una lametta e legato le braccia dietro la schiena. Lui era ancora cosciente. Alla fine lo hanno appeso a un albero a testa in giù e ci hanno detto di prenderlo a pugni in testa finché non moriva. Eravamo in diciannove”. Nassan Opiyo, anche lui dodicenne, ha vissuto un po’ più di un anno in prigionia e mi ha raccontato di aver ricevuto l’ordine di uccidere un altro bambino, di dieci o undici anni, che aveva tentato di scappare.

I ribelli hanno raccolto il sangue del bambino morto in una grande foglia e hanno costretto altri prigionieri a berlo. Nassan mi ha confessato di non aver prestato fede a questa storia; ma molti altri credono nell’esistenza di simili spiriti e anche per questo l’LRA riesce a tenere soggiogata tanta gente. Lo stesso Joseph Kony si fa guidare da loro.Anche nella città di Gulu hanno sede due organismi che si occupano di ex prigionieri ed ex combattenti.

Presso quella gestita dall’organizzazione umanitaria World Vision, ho conosciuto il capitano Vincent Okello Pakorom, un giovane ventinovenne catturato dall’LRA nel 1991 all’età di sedici anni, che dopo due mesi dalla cattura già combatteva e alla fine era diventato addirittura una delle guardie del corpo di Kony. Neanche lui, come gli altri con cui ho parlato, ha potuto fornirmi prove per avvalorare la sua testimonianza; ma di racconti simili ne avevo già sentiti e altri ancora sono stati documentati dalle organizzazioni sorte a tutela dei diritti umani. Kony era , mi ha detto Pakorom, ma , cioè .

Poco tempo fa Pakorom ha finito per disertare con dodici uomini dei suoi, perché anche se Kony .Sia Pakorom sia altre persone con cui ho parlato mi hanno descritto Kony come un uomo di altezza notevole e apparentemente cordiale, finché gli spiriti non cominciano a parlare attraverso di lui. Quando uno spirito parla, qualcuno dell’entourage di Kony scrive quello che dice. ha detto Pakorom.

Pensavo di aver inteso male, ma c’è davvero uno spirito molto noto chiamato Chi Sei. A detta di Pakorom, si tratta di uno spirito congolese che usando la formula:

Un altro spirito è Juma Oris, ; Selindi è invece uno spirito femmina sudanese che attraverso Kony dà istruzioni riguardanti perlopiù la vita nell’accampamento. Un altro spirito che parla tramite Kony è quello americano di Ali Salango; parlando con un’altra persona sono venuto a sapere che anche Chi Sei era in realtà uno spirito americano, quello di un soldato defunto noto anche col nome di Jim Rickey.Per un occidentale, l’idea che la guerra venga portata avanti da un uomo che domina la gente dando voce a spiriti crudeli è assolutamente balzana; tuttavia, credere nelle voci e nei comandi degli spiriti fa parte da tempo della tradizione africana.

E ai poteri di Kony ho scoperto che non solo ci credevano gli ex ribelli, ma anche persone istruite di Kitgum e Gulu che disprezzavano sia lui sia le sue azioni.Nella sede dell’Associazione dei Genitori Solidali di Kitgum, uno dei gruppi che si occupano della riabilitazione degli ex ribelli, ho conosciuto Thomas Kopkulu, un trentenne dagli occhi iniettati di sangue che era stato con l’LRA dall’età di diciotto anni. Kopkulu aveva ai suoi ordini un centinaio di uomini e in precedenza era stato membro di uno squadrone speciale di quaranta elementi chiamato Kafun, specializzato più in uccisioni che in combattimenti. Quando gli ho chiesto perché avesse fatto quello che aveva fatto, mi ha risposto: .

Kopkulu mi ha raccontato di aver ucciso centinaia di persone, se non addirittura un migliaio. Ma ora che si è arreso non dovrà subire un processo, perché beneficerà della legge sull’amnistia generale, concessa dal governo ugandese a chiunque abbandoni i ribelli con la speranza di togliere all’LRA il sostegno che gli è necessario.Kopkulu mi ha raccontato che nel periodo di iniziazione trascorso con i ribelli dovette catturare un uomo e una donna e, insieme ad altri trentanove, prendere parte a una cerimonia nella quale ottanta prigionieri vennero fatti distendere per terra a file.

Kopkulu ricevette l’ordine di uccidere i due che aveva catturato e di mangiare il loro cervello; lo stesso ordine ricevettero gli altri. Quattro anni fa, mi ha raccontato ancora, l’LRA si trovava nel Sudan meridionale a combattere per il governo di Khartoum contro i separatisti dello SPLA. Nei villaggi sudanesi Kopkulu e le sue truppe hanno catturato decine di persone e per volere di Kony, dopo averne uccise nove, hanno costretto le altre sotto la minaccia delle armi a tagliare i morti a pezzettini, che poi sono stati messi in un gran pentolone, salati e bolliti. Una volta finito di mangiare, mi ha detto Kopkulu.

Sin dal 1962, anno in cui l’Uganda ha ottenuto l’indipendenza, la politica è stata portata avanti nel paese in modo violento e particolarmente brutale. In oltre quarant’anni non si è mai verificato un passaggio dei poteri pacifico: Yoweri Museveni è diventato presidente nell’86 dopo anni di lotta nel bush e anche lui si è servito di soldati bambini. In precedenza, nel periodo terribile che va dal 1971 al 1979, il paese era stato guidato da Idi Amin, ex sergente dell’esercito coloniale britannico; Amin fu rovesciato da forze tanzaniane e prima che Museveni salisse al potere, vari leader si sono succeduti al suo posto, fra i quali anche l’ex presidente Milton Obote.

Si ritiene che in quegli anni siano morti ben cinquecentomila ugandesi.L’Uganda si divide storicamente in regioni settentrionali e meridionali, fra l’altro a causa dei conflitti insorti al suo interno. Per tradizione l’etnia acholi, che è originaria del Nord e parla una lingua nilotica, è stata ben rappresentata nella classe militare ugandese. I soldati acholi presero parte alle uccisioni di civili compiute ai tempi in cui si cercò di contrastare Museveni, le truppe del quale erano composte in gran parte di ugandesi provenienti come lui dal Sud che parlavano una lingua bantu.

Nell’86 Museveni rovesciò il breve regime militare imposto da un acholi, il generale Tito Okello, e la vendetta delle sue truppe fu sanguinosa; oggi, benché nel governo e nelle forze armate ugandesi vi siano degli acholi, il potere e l’influenza di cui essi godono sono assai limitati.

Nell’86, mentre Museveni consolidava il proprio potere, le truppe acholi al servizio dei regimi precedenti si rifugiarono nel Sudan e qui continuarono insieme la propria battaglia. Ben presto, tuttavia, molti di loro confluirono nel movimento capeggiato da Alice Auma, una pescivendola trentenne che sosteneva di dar voce allo spirito di un soldato italiano chiamato Lakwena, che l’aveva esortata a cambiare il proprio nome in Alice Lakwena.

Quello stesso anno, seguendo gli ordini impartiti dallo spirito, la donna costituì il cosiddetto Movimento dello Spirito Santo, un gruppo che in breve tempo si assicurò l’appoggio degli ex soldati acholi decisi a vendicarsi di Museveni. Il credo del movimento fondeva elementi cristiani e del rituale acholi, e i suoi soldati, mi è stato detto, erano convinti che spalmandosi di burro di karité sarebbero stati immuni ai colpi mortali di un’arma da fuoco.

A mano a mano che la ribellione capeggiata da Alice Lakwena riceveva sostegno crescente dagli acholi, le truppe al suo comando si spinsero ben oltre i confini dei territori acholi e raggiunsero la città di Jinja, vicino alla capitale Kampala, dove però nel novembre dell’87 vennero sbaragliate. Alice Lakwena fuggì in Kenya, dove vive tuttora; la sua causa fu portata avanti per un paio di anni dal padre Severino, finché questi, catturato nell’89, non si impegnò a rinunciare a ogni violenza.

Lo spirito, tuttavia, non era morto. E adesso rivive in Kony, che molti ritengono imparentato con Alice Lakwena. Da allora, la guerra tra l’esercito di Museveni e i seguaci di Kony ha attraversato periodi alterni di bonaccia e di brutalità intensa. Ma l’LRA, nato per volere di Kony da una sua precedente organizzazione, l’Esercito Popolare Cristiano Democratico dell’Uganda, raramente ha avuto scontri diretti con le forze militari ugandesi, preferendo attaccare la popolazione civile.

Perché quest’insurrezione si protrae da tanto tempo? Molti acholi sono persuasi che Museveni, quanto meno in un primo momento, abbia sottovalutato i ribelli; d’altro canto, mi è stato detto, a Museveni non dispiaceva che nel paese si mantenesse un piccolo focolaio di ribellione, perché questo avrebbe tenuto occupati gli acholi, impedendo loro di interferire nella politica di Kampala. Effettivamente, a Kampala si ha la netta sensazione che in Uganda convivano due paesi.

La capitale, situata in un Sud abbastanza prospero, è una città vitale dove si costruiscono edifici nuovi; il Nord, invece, appare devastato dalla guerra. Nel corso di una cena, una giornalista ugandese mi ha chiesto se fossi già stato nel loro paese; gli ho risposto che nell’87, quando studiavo ancora, avevo fatto un breve viaggio e all’epoca Kampala era un posto ben misero in confronto a com’è oggi e all’atmosfera che vi si respira, mi ha risposto lei, la miseria che avevo visto si doveva.

I tentativi compiuti nel ’94 e di nuovo tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003 da rappresentanti del governo e importanti personalità della chiesa per arrivare a un accordo di pace con l’LRA sono finiti in una bolla di sapone. Un ecclesiastico da lungo tempo coinvolto in questi tentativi mi ha detto chiaro e tondo che Museveni non voleva la pace; altri sostengono che il presidente non abbia fiducia nelle trattative e creda solo in una soluzione militare.

Per contro, i soldati con cui ho parlato dicono che una trattativa non potrà mai avere successo perché Kony è uno squilibrato; alcuni, fra cui gli esponenti della chiesa, sono riusciti a parlare con i suoi subalterni, ma raramente hanno avuto un colloquio con il capo in persona. Inoltre, tutti hanno convenuto che un uomo posseduto dagli spiriti non può non essere imprevedibile e che trattare con lui probabilmente sarà impossibile.

A patto che fosse garantito loro l’anonimato, molte altre persone, ugandesi e non, hanno dato una diversa spiegazione al protrarsi della guerra. I volontari delle associazioni umanitarie, per esempio, mi hanno detto che parecchia gente aveva investito troppo nella guerra per poterne desiderare la fine a breve termine. C’è chi afferma che alcuni ufficiali superiori dell’esercito ugandese abbiano rifornito l’LRA dietro pagamento, vendendo ai ribelli anche uniformi dell’esercito, e che in tanti abbiano approfittato invece dei cosiddetti “soldati fantasma” al centro di uno scandalo che la stampa ugandese ha recentemente portato alla ribalta, denunciando la truffa di una serie di ufficiali che avevano gonfiato il numero di soldati appartenenti alle rispettive unità aggiungendo nomi falsi agli elenchi per intascare la paga dei militi inesistenti.

Se la guerra ha fine, tutta questa gente perderà la possibilità di far soldi.Analogamente, vari facoltosi uomini d’affari potrebbero perdere un’occasione d’oro come quella di vendere cibo e altro alle organizzazioni locali e internazionali che contribuiscono al mantenimento dei profughi. Come mi ha detto un prete cattolico di base a Kitgum, c’è anche la convinzione diffusa che certa gente di Kitgum e Gulu abbia beneficiato della guerra grazie ai parenti reclutati dai ribelli, che hanno mandato a casa soldi o roba rubata. I soldi vengono usati per aprire un negozio o costruirsi una casa. , ha commentato il prete.Il governo sudanese di Khartoum, intanto, ha avuto i suoi motivi per appoggiare l’LRA.

Da anni l’Uganda fornisce aiuti allo SPLA nel Sudan meridionale e per combattere i separatisti il governo sudanese ha appunto armato e finanziato l’LRA. Tuttavia, a seguito delle pressioni esercitate dalla comunità internazionale, nel 2002 Khartoum ha accettato di lasciar entrare nel Sud del paese le truppe ugandesi destinate a contrastare l’LRA nel corso della cosiddetta Operazione Pugno.

Ma per l’Uganda del Nord quest’operazione ha avuto conseguenze disastrose: parecchi ribelli dell’LRA, scacciati dal Sudan, sono rientrati nei distretti settentrionali dell’Uganda e hanno cominciato ad attaccare i villaggi per razziare cibo e sequestrare gente — specie bambini — da convertire alla propria causa e arruolare nelle proprie fila. Gli esponenti delle associazioni umanitarie e altri con cui ho parlato sono convinti che il 90% dei combattenti dell’LRA — le cifre oscillano tra le centinaia e le migliaia — siano bambini rapiti. In risposta al brusco aumento delle violenze al Nord, il governo ha ordinato il trasferimento degli abitanti di quelle zone in campi profughi dove, stando allo stesso governo, avrebbero goduto di maggiore protezione.

Con lo spopolamento delle campagne, i poderi coltivati di un tempo sono tornati a essere terreni incolti salvo che nei dintorni delle città e dei campi profughi, a due o tre chilometri dai centri abitati. Ma scarseggiando il cibo nelle campagne, l’LRA ha cominciato ad attaccare anche le zone popolate. Il risultato è che adesso almeno un milione e seicentomila persone dipendono dal World Food Program, il programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Pedro Amolat, che dirige l’ufficio del WFP a Gulu, mi ha detto che oggi viene coltivato solo il 4% del terreno arabile del distretto di Gulu — un’area di circa 26.000 km2 — e che.

La situazione è analoga a quella di tutte le altre regioni del Nord colpite dalla guerra, che nel complesso hanno un’estensione equivalente a quella di un piccolo stato come il Ruanda e grosso modo occupano un terzo del territorio dell’Uganda. Quando mi sono messo in viaggio con i membri del WFP per assistere alla distribuzione del cibo nei campi vicini a Gulu e Kitgum, i convogli sono stati scortati da soldati dell’esercito

.A volte le truppe ugandesi stanziate a difesa dei campi sono riuscite a respingere gli attacchi; molte altre volte no. A febbraio di quest’anno il massacro nel campo di Barlonyo ha fatto tra le due e le trecento vittime.

Mi è capitato spesso di sentir raccontare di uomini dell’LRA che sono entrati nei campi, hanno bevuto insieme con i soldati ugandesi e, secondo una versione non ancora confermata, hanno perfino giocato a pallone con loro per poi ucciderli assieme ai civili; quei soldati incompetenti li avevano creduti colleghi delle pattuglie mobili che loro non conoscevano.

Se il WFP sfama e mantiene in vita i profughi, non meno indispensabili sono diventati sotto altri aspetti la Croce Rossa ugandese e il Comitato Internazionale della Croce Rossa a Ginevra. Lo staff della Croce Rossa ugandese mi ha portato nel campo di Laguti, a una trentina di chilometri da Kitgum, in occasione della distribuzione di sapone e altri generi essenziali. A Laguti ho conosciuto donne che stavano facendo la coda da sette ore davanti a una pompa dell’acqua.

Tutte le persone con cui ho parlato mi hanno detto che, non potendo andare a lavorare la terra per paura di essere rapite, ciò di cui hanno più bisogno oggi è il cibo. Anche l’alcolismo è cronico; gli ubriachi diventano violenti, si azzuffano fra loro e stuprano le donne. Nei campi, la povertà spinge donne e ragazze alla prostituzione e l’incidenza di persone affette da HIV e AIDS pare stia raggiungendo cifre esorbitanti; in base ai test condotti in un ospedale di Gulu, si ritiene che la popolazione infetta sia pari al 13%, una percentuale ben al di sopra della media nazionale.

La Croce Rossa distribuisce viveri e vettovaglie, ma nei campi i servizi sanitari sono praticamente inesistenti. A Palabek Kal, dove sono ospitate quasi sedicimila persone, si stanno compiendo sforzi penosi e ammirevoli per mantenere attiva una scuola; in una classe, ho visto un insegnante fare lezione a 264 alunni. Hilary Kupajo della Croce Rossa ugandese mi ha detto: .Il dottor Lawrence Ojom dirige da quindici anni il St. Joseph’s Hospital di Kitgum. , mi ha detto.

L’ospedale ha trecentocinquanta letti e il giorno che l’ho visitato erano ricoverati novecentodieci pazienti. In passato, la speciale unità ospedaliera che si occupa di alimentare i bambini affetti da malnutrizione cronica trattava dai venti ai trenta bambini al giorno; quando ho visitato l’ospedale, i bambini erano centoquindici. , ha detto il dottor Ojom.

Il St. Joseph’s Hospital dà riparo ogni sera a una parte dei circa quarantacinquemila “pendolari notturni”, bambini e ragazzi che per paura di essere rapiti sciamano a Gulu, Kitgum e altre città per dormire tra le mura relativamente sicure di ospedali o rifugi costruiti a tale scopo; qualcuno dorme per strada. Quando la situazione è particolarmente critica, al St. Joseph possono arrivare fino a settemila persone ogni sera.

Alcuni ufficiali dell’esercito ugandese mi hanno detto che, nonostante ciò che ho visto, la guerra in pratica sarebbe finita. Ogni giorno i quotidiani annunciano la resa o la cattura di qualche membro dell’LRA. Il colonnello Charles Otema, che coordina i servizi segreti militari nel Nord, ha affermato che all’LRA restano ormai solo trecento combattenti veri. Ma è difficile credere a una stima del genere, se il paese conta un milione e ottocentomila sfollati e le uccisioni, seppur diminuite, proseguono. In sostanza, tutti gli intervistati ripongono le proprie speranze nel trattato di pace siglato questa primavera nel Sudan meridionale fra SPLA e governo sudanese; a loro avviso, se regge, l’accordo può portare la pace nell’Uganda del Nord.

Ma se gli Stati Uniti e le pressioni esercitate sul Sudan dalla comunità internazionale per fermare la violenza nel Darfur faranno saltare l’accordo, praticamente tutti gli intervistati sono certi che il governo di Khartoum, che di recente ha ridotto gli aiuti forniti a Kony, ricomincerebbe ad armare i suoi uomini per destabilizzare l’Uganda filoamericano. E a quel punto il governo Museveni ridarebbe sostegno allo SPLA, magari anche con l’aiuto dei militari americani.

In vista di un’eventualità del genere può avere importanza il fatto che il 14 luglio scorso il generale Charles Wald, vice comandante delle truppe statunitensi in Europa e responsabile per l’Africa, si sia recato a Gulu, a quanto si dice, per valutare la situazione della sicurezza nella zona e controllare come venissero usati gli aiuti concessi dagli USA alle forze armate ugandesi, aiuti per un valore di due milioni di dollari.

Sempre a luglio il generale Aronda Nyakairima, capo dell’esercito ugandese, ha apertamente accusato i sudanesi di dare asilo a Kony e il governo ugandese ha chiesto l’estradizione di Kony. Ma il 28 del mese, affermando di avere l’autorizzazione del governo sudanese, l’esercito ugandese ha razziato un accampamento dell’LRA in una zona dove di regola non potrebbe entrare, catturando a quanto pare quattro mogli e tredici figli di Kony, che invece era riuscito a fuggire.

Delle persone con cui ho parlato sono in poche a credere che la disastrosa situazione che affligge l’Uganda del Nord stia per avere termine; alla fin fine, hanno sottolineato, sono diciott’anni che le autorità ugandesi vanno ripetendo questa cosa, minimizzando le violenze che devastano la regione per mantenere intatta l’immagine positiva che il paese si è andato costruendo sotto Museveni. Un diplomatico mi ha detto di non essere ottimista, ma ha ammesso che la recente cattura e resa di centinaia di membri dell’LRA lo ha fatto sentire.

Secondo l’esercito ugandese, sarebbero cinquecentodiciannove i ribelli che si sono arresi dall’inizio dell’anno, fra cui ventidue comandanti anziani; inoltre, sarebbero stati catturati duecentoquindici ribelli e ne sarebbero stati uccisi circa ottocento. L’esercito asserisce di aver liberato mille e settecentosessantotto rapiti, soprattutto bambini. Ma molti pensano che anche se l’intervento delle forze armate sta contribuendo a smantellare i gruppi dell’LRA, bande di delinquenti che si danno arie da ribelli stiano già prendendo il loro posto.

L’Uganda ha denunciato l’LRA al Tribunale penale internazionale recentemente istituito all’Aja. Il 29 luglio il pubblico ministero Luis Moreno-Ocampo ha annunciato l’apertura di un’inchiesta formale; ma se il tribunale deciderà di procedere potrebbero insorgere ulteriori problemi. Finora la legge sull’amnistia emanata in Uganda ha evitato il processo anche ai peggiori assassini. Cosa accadrà se il tribunale stabilirà di incriminare anche chi ha beneficiato dell’amnistia? All’Aja, nessuno è stato disposto a parlare con me dell’Uganda in via ufficiale.

Il perché me l’ha spiegato una fonte vicina all’ufficio del pubblico ministero: Baker Ochola, ex vescovo anglicano di Kitgum, è da anni uno dei maggiori leader impegnati nella ricerca di una soluzione pacifica del conflitto. Secondo Ochola, la soluzione militare creerebbe un problema, perché la maggior parte dei ribelli sono bambini rapiti. Quando l’esercito li uccide, dice che si tratta di ribelli; se li cattura, o se fuggono, l’esercito sostiene di esser riuscito a liberare i sequestrati.

Ma nel frattempo i ribelli continuano a rapire altri bambini. Ciò nondimeno, l’ex vescovo è ottimista riguardo alla possibilità che le nuove iniziative per la pace riducano le violenze. Ochola ha caldeggiato l’apertura di trattative con gli ufficiali dell’LRA e quando gli ho chiesto se secondo lui era giusto che chi aveva causato tanta sofferenza beneficiasse di un’amnistia, mi ha risposto che il suo massimo desiderio era innanzitutto che non ci fossero più uccisioni.

Ma Oryem Henry Okello, ministro del governo Museveni di etnia acholi e rappresentante di Kitgum in parlamento — nonché figlio di quel generale Tito Okello deposto dall’attuale presidente — deride le speranze del vescovo. A proposito dei sequestri e dell’indottrinamento dei bambini che vengono mandati a combattere, Okello ha detto: . Parlare è soltanto una perdita di tempo; a suo avviso, l’intervento militare è indispensabile, così come lo sono il cibo e le medicine che riuscirebbero a salvare vite umane.

Per il 2004 le Nazioni Unite hanno richiesto centododici milioni di dollari di aiuti da destinare all’Uganda del Nord. Finora solo un terzo della somma è arrivato a destinazione.

TIM JUDAH giornalista e saggista, è autore di The Serbs: History, Myth and the Destruction of Yugoslavia (1997) e Kosovo: War and Revenge (2000), entrambi pubblicati da Yale University Press. Per i tipi di Adelphi, nel 2002 è uscito il suo Guerra al buio, basato sui reportage dall’Afghanistan scritti per The New York Review of Books. Sempre per i tipi di Adelphi, ha pubblicato nel 2004 Saddam e le Sugababes.

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